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The Good Doctor

Le serie tv ospedaliere mi piacciono perché rappresentano la forma più consolatoria della fantascienza in cui vorremmo vivere.

Metà delle cose raccontate sono surreali, utopistiche, distanti anni luce dalla realtà ospedaliera di questo paese, del paese di riferimento, di qualsiasi paese.

D’altronde sono serie d’intrattenimento, va bene così; l’aspirazione al realismo non è tra le esigenze principali di questi prodotti seriali.

(Se Netflix programmasse una serie su una casa editrice o un’agenzia letteraria, avrebbero probabilmente lo stesso coefficiente di fantascienza. E sarebbero quanto mai distanti dalla realtà, che sa essere molto più prosaica di una serie tv).

La distanza siderale dalle verità quotidiane, però, non mi impedisce di apprezzarne alcuni aspetti.

A partire da “Grey’s Anatomy”, “Dr. House” e “E.R. – Medici in Prima Linea”, le serie ospedaliere hanno sempre mescolato un insieme di elementi vincenti, creando una specie di mix che, negli anni, ha appassionato generazioni di spettatori:

  1. Personaggio forte, problematico, complesso (basti pensare al dottor House o, nel caso di “The Good Doctor”, al dottor Shaun Murphy). Personaggi di contorto ben definiti.
  2. Malattie curiose, rarissime, incurabili. Cure geniali.
  3. Drammi umani, sentimentalismi. Quindi storie d’amore, ma anche conflitti, tradimenti, questioni familiari.
  4. Colpi di scena, di natura medica e non solo.

L’ultima che ho visto è stata “The Good Doctor”.

La serie, andata in onda per la prima volta nel 2017, conta cinque stagioni (l’ultima, 2021-2022); e segue le vicende di Shaun Murphy, un giovane specializzando in chirurgia, autistico e affetto dalla sindrome del Savant.

Lo confesso: “The Good Doctor” mi è piaciuta, e in alcuni punti mi ha fatto anche emozionare; ciò non toglie che ci siano degli elementi scricchiolanti nella sceneggiatura.

ELEMENTI POSITIVI

  • Bravissimo Freddie Highmore a interpretare il dottor Shaun Murphy, medico geniale e affetto da autismo. L’attore dovremmo conoscerlo, ormai; è stato il bambino di “Neverland – Un sogno per la vita” (2004) ma anche di “La fabbrica di cioccolato” (2005); e ha preso parte a numerosi film e serie tv, come “Bates Motel” (2013-2017) – chi conosce “Psycho” sa di cosa sto parlando.
  • La serie, in alcuni momenti, tocca corde particolari e delicatissime. Utilizzando alcuni cliché del dramma ospedaliero, le puntate oscillano tra cure geniali e ricongiungimenti familiari, mescolando vita privata e vita lavorativa. Ci sono puntate che sarebbero potute cadere a piè pari nel fosso del luogo comune, ma così non è stato; soprattutto nella fase iniziale, la serie riesce a evitare svolte stucchevoli o banalmente romantiche.  

ELEMENTI NEGATIVI

  • Al di là di alcune diagnosi e alcune trovate improbabili (sono certo che un vero medico troverebbe una quantità surreale di errori tecnici), c’è da dire che, a tratti, la serie si concede troppe libertà. Soprattutto nella seconda metà, alcuni sentimentalismi sono esasperati, e finiscono per diventare involontariamente comici.
  • In altri casi, l’ambiente ospedaliero è rappresentato come un parco giochi, come una discoteca o come un ricettacolo di menti geniali e brillanti; un paradiso, insomma: l’ospedale nel quale ognuno di noi sognerebbe di entrare. Anzi, esistesse davvero, ci andrei quasi a vivere.

Al netto di ciò, la serie mantiene le promesse: fa commuovere, fa piangere, fa tifare, fa esultare. Niente di più. E, cosa molto più importante, niente di meno.

In definitiva, un prodotto onesto e coerente con le proprie aspirazioni.

Diego Di Dio, © 2022

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