HANNIBAL - Amore, canniabilsmo e morte recensione

Premessa
Hannibal Lecter: lo conosciamo tutti.
È uno dei personaggi più riusciti di tutta la letteratura crime. Thomas Harris, autore famosissimo eppure poco prolifico, ci ha parlato di questo cannibale gentile in una serie di romanzi che, a partire da “Red Dragon” (1981) e per finire con “Hannibal Rising” (2006), hanno definito via via le coordinate di un villain contraddittorio, distonico e affascinante. In una parola, indimenticabile.
Medico psichiatra, criminologo, personaggio raffinato e coltissimo, amante del buon gusto, della cucina ricercata e del ben vestire, Hannibal Lecter è un sadico assassino, un serial killer antropofago che uccide le proprie vittime esibendole in pose grottesche, non senza aver prelevato organi e parti del corpo per mangiarli (o farli mangiare ad altri).
Diciamo che la fama mondiale del personaggio è dovuta soprattutto all’attore meraviglioso che gli ha dato voce e corpo: Anthony Hopkins.
Nel 1991 “Il silenzio degli innocenti” squassò il mondo della narrativa di genere, portandosi a casa ben cinque Oscar (cosa abbastanza rara, per un thriller). Il film di Jonathan Demme (miglior regia) è impeccabile, sublime, un gioiello assoluto; forte anche del comparto attoriale (accanto a un Hopkins inarrivabile, c’è anche una Jodie Foster granitica e impeccabile), il film ha presentato al mondo questo personaggio tanto affascinante quanto pericoloso; tanto suadente quanto violento.
Una commistione di contraddizioni e autocompiacimento che fa di Lecter uno dei cattivi meglio riusciti della storia del cinema e della narrativa di genere.

La serie tv
Dal 2013 al 2015 vanno in onda le tre stagioni di Hannibal, serie tv ispirata proprio al personaggio creato da Thomas Harris; sviluppata da Bryan Fuller, la serie si concentra moltissimo sulle vicende di Will Graham, profiler dell’FBI (che abbiamo già conosciuto con i film: “Manhunter – Frammenti di un omicidio” del 1986 e “Red Dragon” del 2002).
Graham è un personaggio particolare, perché la sua empatia, sviluppata a livelli sovrumani, gli consente di entrare nella mente degli assassini, a tal punto da rivivere per intero la scena dell’omicidio. Quella di Graham è una facoltà che oscilla tra l’immedesimazione e l’allucinazione, e gli dà la possibilità di intuire le caratteristiche psicologiche degli assassini; facoltà che non sfgge di certo a Jack Crawford, capo della sezione scienze comportamentali, che si avvale più volte delle capacità di Will per catturare i killer. Nella serie, Crawford è interpretato da Laurence Fishburne (esatto, il famosissimo Morpheus di “Matrix”). Questo dono di Will, però, implica anche un sacrificio notevole: penetrando spesso nell’anima contorta e malata di mostri e assassini seriali, il profiler, inevitabilmente, lascia che parte di questo male penetri anche in lui. E la sua mente ne risulta stimolata a tal punto da essere più volte sul baratro dell’implosione.
Dal momento che le capacità quasi messianiche di Will mettono costantemente in pericolo il suo equilibrio mentale, il profiler viene affiancato da uno psichiatra incaricato di non farlo deragliare; per sua sfortuna, questo psichiatra è Hannibal The Cannibal, il più feroce serial kiler con cui Will avrà mai a che fare.
Ma il rapporto Will vs Hannibal, in questa serie, non si limita a una giustapposizione tra eroe e villain.
C’è ben altro.

Ti amo, ti odio, ti mangio
Partiamo dal fatto che Hannibal Lecter, per tutti, è e resterà sempre Anthony Hopkins. Siamo sinceri: c’è poco da fare.
Nel confronto memorabile tra Hannibal e Clarice Starling, durante il quale lei gli racconta della propria infanzia e degli agnelli (“Il silenzio degli agnelli” è il titolo originale del “Silenzio degli innocenti”), Hopkins/Lecter recita in PPP (primissimo piano) solo con gli occhi e le narici, esprimendo con pochissimi strumenti un intero universo di conflitti personali e ricordi. Non a caso, questa performance gli è valsa un Oscar.Era difficile trovare qualcuno che fosse all’altezza di Hopkins.
Bene, Mads Mikkelsen non fa rimpiangere l’interprete precedente; dovendo portare sullo schermo un Lecter più giovane, Mikkelsen è bravissimo nel dare al cannibale un taglio leggermente diverso, eppure perfettamente coerente con il personaggio immaginato da Thomas Harris.
E qui veniamo a una delle note forti della serie.
Il rapporto tra Will Graham e Hannibal Lecter non è un semplice conflitto diretto: sì, per buona parte della serie, Graham ignora chi sia davvero Lecter, e quest’ultimo ha gioco facile nel manipolare la mente debole del profiler; ma quando tutte le carte saranno sul tavolo, tra i due si andrà a generare una sorta di rapporto bilaterale, composto da odio, stima, rabbia e, sopra ogni altra cosa, amore.
La mente deviata, crudele e autocompiaciuta di Hannibal Lecter è attratta da quella empatica e contraddittoria di Will Graham, e ne è a sua volta amata.
Benché tentino di uccidersi più volte, i due sono come metà di uno stesso universo oscuro, confuso e folle, nel quale non c’è più spazio per la moralità né per i moralismi; nel loro micro-cosmo galleggiante fuori dal tempo e dalle leggi, uccidere può essere una cosa legittima, così come mangiare una gamba umana può avere un senso. La giustizia e la coerenza non esistono più e questo comporta un’altra conseguenza: nemmeno il buono e il cattivo esistono più.
I ruoli si invertono, si sovrappongono, si stringono in un abbraccio fraterno e mortale: solo alla fine, Will e Hannibal capiscono, forse, di essere davvero le componenti perfette di un unico concetto che va “al di là del bene e del male”.

Gli elementi negativi
L’elemento che ho trovato un po’ fuori luogo, in questa serie, riguarda le esagerazioni.

  • Da un lato, Hannibal è quasi supereroistico; la sua capacità di uccidere persone innocenti (o di emulare altri assassini) e farla sempre franca sfiora quasi il superpotere. A un certo punto ci si chiede se sia davvero possibile che quest’uomo non sbagli mai, non lasci mai un capello fuori posto, non abbia mai un tentennamento, un dubbio, non commetta mai un errore.
  • Dall’altro, il sangue. Eccessivo, sbattuto in faccia allo spettatore con troppa frequenza. Sono troppi i serial killer creativi e folli che popolano questa serie; soprattutto nella fase iniziale, abbiamo una successione di morti, stragi, totem di corpi umani e altro, che si finisce per chiedersi se tutti gli psicopatici del mondo non si siano riuniti nei dintorni di Baltimora.

Una parola va spesa anche sulla terza stagione; buona parte di questa è la fotocopia esatta della storie e degli eventi di “Red Dragon”, che già conosciamo bene per via del romanzo e dei due film che ne sono stati tratti. Una scelta, questa, francamente incomprensibile: a quale scopo riprodurre, in maniera quasi pedissequa, una storia già nota?

Giudizio finale
Nonostante i difetti menzionati, “Hannibal” è una serie godibile, interessante, soprattutto per via di quel taglio onirico con cui sceneggiatori e regista hanno affrontato i viaggi nei meandri più oscuri e malvagi della mente umana. Il rapporto tra Graham e Lecter va ben oltre le intenzioni iniziali di Thomas Harris: la serie, su questo tema, fa evolvere i concetti e le idee, portandoli a un livello superiore.
Un applauso per il finale, sanguinoso e romantico quanto basta. E una nota di merito per l’epilogo post-credit: se siete arrivati alla fine della terza stagione, non spegnete il televisore prima di averlo visto.

 

© Diego Di Dio, 2022

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