dahmer la solitudine del mostro recensione saper scrivere netflix

Il 21 settembre 2022 è uscita per Netflix “Mostro: La storia di Jeffrey Dahmer”, miniserie in dieci episodi sul cannibale di Milwaukee.
Conoscevo già Dahmer, soprattutto per aver letto il romanzo in ebook “Lo sguardo del diavolo” di Andrea Franco (Delos Digital), uscito qualche anno fa.
Discussa, celebrata e odiata, “La storia di Jeffrey Dahmer” è tra le serie Netflix più viste di sempre. Ideata da Ryan Murphy e Ian Brennan, la storia parte dall’epilogo, ossia dall’episodio che ha portato all’arresto del Mostro di Milwaukee. Dahmer è un serial killer cannibale, parecchio conosciuto soprattutto per le modalità brutali con cui uccideva ragazzi innocenti. Resposanbile di diciassette omicidi, Dahmer ha terrorizzato per anni lo stato del Wisconsin. Seduceva le proprie vittime (di solito ragazzi omosessuali, di giovane o giovanissima età, spesso appartenenti a minoranze etniche), le portava a casa, le narcotizzava, quindi le uccideva. Dopodiché le faceva a pezzi, le scarnificava oppure le trapanava alle tempie (versandovi anche dell’acido, per renderli come zombie), bolliva i pezzi per togliere via la carne o depositava tutto nell’acido, e infine conservava ossa e resti umani.
Un po’ di cose.

1. La serie non indulge in particolari raccapriccianti o splatter. Anzi, tratta con molto tatto (forse troppo) anche i dettagli più cruenti. Di materiale per un horror sanguinoso ce ne sarebbe eccome, ma non è questo lo scopo del regista.
2. “Dahmer”, senza alcun intento celebrativo, non vuole mostrarci il mostro nel suo valore assoluto, ma nel suo percorso. La storia, infatti, si sofferma parecchio sui disagi familiari del giovane Jeffrey: la madre assente, il padre presente solo in parte. L’abbandono come motore primo, e forse definitivo, per l’esplosione della follia.
3. Jeffrey era malato, questo è evidente, e i sintomi di questa malattia cominciano a manifestarsi in giovane età. L’omosessualità soffocata e latente, la passione verso i corpi smembrati, l’isolamento, la voglia di avere qualcuno accanto che tuttavia non lo giudicasse: tutti sintomi che il padre, almeno in piccola parte, aveva colto. Ed è questa una delle figure fondamentali della serie: Lionel Dahmer, interpretato da un credibilissimo Andrew Shaver. Nonostante la sua presenza a singhiozzo, lui sembra capire che, nel figlio, c’è qualcosa che non va; nel suo modo claudicante e lacunoso, sembra fare di tutto per capire le problematiche del suo ragazzo, ma di fatto non si renderà mai conto della verità, finché non gli verrà sbattuta in faccia dalla polizia: suo figlio è il Cannibale di Milwuakee, il serial killer sadico che uccide ragazzi, li smembra, ci dorme assieme, li cucina, li mangia, li scarnifica. Come potrebbe reagire un padre di fronte a una notizia del genere?
4. Un applauso in piedi va indirizzato a Evan Peters (classe 1987), che ha portato sullo schermo un protagonista misurato, silenzioso, malato, oscuro. Un ragazzo che comunica spesso con gli sguardi (a volte assenti, altre volte lucidissimi); un corpo estraneo rispetto alla società che lo circonda; un assassino che si rende perfettamente conto della propria mostruosità, ma che non può fare nulla per combatterla («Merito di morire per quello che ho fatto» dirà alla fine).
5. Dahmer non si è mai professato innocente, anzi; era consapevole dei propri crimini, come qualcuno che sa di avere un fratello gemello pazzo e incontrollabile, e farebbe di tutto pur di liberarsene, prima di rendersi conto che non c’è nessun gemello: è lui. È sempre stato lui.
6. C’è spazio, nella serie, anche per un’accusa forte nei confronti delle forze di polizia, che hanno avuto più volte l’occasione di fermare Dahmer, ma per vari motivi (soprattutto razziali) non l’hanno fatto. Addirittura avrebbero riportato una delle vittime del mostro (un ragazzino asiatico, minorenne e incosciente) tra le braccia del killer, credendo al fatto che fosse davvero il suo fidanzato.
7. Il tono della serie è volutamente lento, metodico (a tratti anche troppo). Non si vuole confezionare un thriller al cardiopalma né indulgere in scene splatter o in prevedibili jumpscare. Il materiale per una storia adrenalinica e avvincente non mancherebbe, eppure non è stata questa la scelta del regista; al contrario, il ritmo lento e cadenzato delle scene e dei dialoghi ci porta nella mente di Dahmer, nella sua discesa inarrestabile verso il Maelström della follia.

In conclusione, Jeffrey Dahmer è stato un mostro, su questo non ci sono dubbi.
Ha commesso atrocità indicibili, ha distrutto famiglie, ha spezzato vite, ha giocato con ossa e carni umane. E forse ha meritato la fine che ha fatto (il 28 novembre 1994 è stato ucciso da un altro detenuto, Christopher Scarver, malato di schizofrenia).
La serie, nemmeno in un fotogramma, tenta di giustificare le gesta di questo assassino. Tuttavia cerca di capire e di farci capire che l’esistenza stessa di un Dahmer e la possibilità che ha avuto di agire indisturbato per tanti anni sono una sconfitta, un knock-out per tutti: la famiglia, gli amici, la polizia, la società.
Questo non sposta di una virgola il peso delle sue colpe, che tuttavia vanno spalmate anche sulla testa di tutti coloro che avrebbero potuto fare qualcosa per fermare l’escalation, ma non hanno fatto nulla.
Un pensiero, l’ultimo, dovrebbe andare a tutte le famiglie che sono state distrutte dalla follia omicida di Dahmer; famiglie che, forse negli ultimi due mesi, proprio a causa di questa serie, hanno rivissuto l’incubo peggiore delle loro vite.

© Diego Di Dio, 2022

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