10 domande a chi ce l’ha fatta:
Elisabetta Venturi
- Partiamo dall’inizio: chi eri prima di entrare nel mondo dell’editoria? Non tanto il curriculum, quanto il rapporto con la lingua, con i testi, con la lettura. C’era già qualcosa o è nato tutto dopo?
Prima di entrare nel mondo dell’editoria ero in un pianeta assolutamente estraneo: analista programmatore in una software house bancaria… ma, in pausa pranzo o prima di entrare al lavoro, avevo sempre un libro con me. Questo valeva anche all’università – leggevo in piedi in autobus – e ricordo che, a quindici anni, andavo in vacanza con Il signore degli anelli nella borsetta (sì, borsetta: era grande esattamente quanto il libro).
Cominciai a leggere con piacere e costanza solo quando i professori smisero di obbligarmi a farlo, lasciandomi la possibilità quindi di scegliere cosa leggere e in che tempi. E, neanche a dirlo, la vera passione per la lettura è esplosa grazie a Stephen King.
Oltre alla lettura, nella mia vita c’è sempre stata l’arte: danza, disegno, creazioni… La scrittura è nata come un hobby artistico qualunque, ma poi mi ha portata al punto in cui sono ora: scrittrice e professionista del testo.
- C’è stato un momento preciso in cui hai capito che volevi lavorare sui testi degli altri?
Un episodio, una sensazione, un’intuizione. Quand’è che hai capito davvero che la correzione di bozza e l’editing sarebbero stati il lavoro della vita?
Il mio percorso è stato molto graduale e inaspettato, infatti dico spesso che è questo lavoro che ha scelto me, non viceversa. Sono stata prima scrittrice, poi docente di scrittura creativa, e solo infine anche editor e correttrice di bozze.
Già nell’insegnamento, in affiancamento con una docente che era già editor, ho dovuto imparare a correggere al volo (in diretta alle lezioni) le esercitazioni degli studenti. Probabilmente, chi mi ha spinto verso quella direzione sconosciuta e inaspettata aveva visto in me qualcosa che io ancora non conoscevo: notare gli errori mi veniva naturale, insegnare anche e ho una propensione mentale per creatività e problem solving.
Trovare errori che sembrano invisibili e “mettere ordine” mi dà una gran soddisfazione, forse per questo adoro la correzione di bozze. E, se vogliamo proprio dirla tutta, a portarmi in questa direzione è stato anche un tir che mi ha dato un bacetto in velocità in autostrada… Ho cambiato lavoro per non fare più quel tragitto e ho trovato un part-time che mi ha consentito di avere ancora più tempo da investire in questo mondo fino ad arrivare a farne, ora, una professione a tutto tondo.
- La correzione di bozze è spesso sottovalutata o fraintesa: che cosa significa davvero farla, oggi, a livello professionale?
Fare correzione di bozze non significa solo scovare gli errori nel testo, ma valorizzarlo al massimo per portare sul mercato una storia impeccabile, che sappia catturare il lettore ed evitare che l’occhio si fermi su piccole sbavature. L’esperienza di lettura e la magia della sospensione dell’incredulità sono fortemente condizionate dalla qualità del libro in tutte le sue parti, anche nella forma, nella coerenza interna, nei dettagli.
Il correttore di bozze deve saper anche adeguare la terminologia al pubblico di riferimento, rispettare norme editoriali – diverse per ogni casa editrice –, controllare elementi grafici del testo, verificare e rispettare l’uniformità all’interno dello stesso testo e controllare tutto – sillabazione delle parole nell’andare a capo compresa. Serve una forte attenzione al dettaglio, una grande flessibilità mentale, restare aggiornati sull’evoluzione della lingua, riconoscere e rispettare la voce dell’autore.
Per fare tutto ciò, anche il modo di leggere un testo è diverso da quello di semplice lettore.
- Qual è stata la difficoltà più grande nel passare da “appassionata” a “professionista”?
Errori iniziali, insicurezze, rigidità, metodo…
Da professionista, trovo che la cosa più difficile sia la gestione del tempo: capire quanti e quali lavori accettare per poter rispettare le scadenze, far fronte agli imprevisti e soprattutto fare i preventivi. All’inizio bisogna misurarsi e sperimentare diversi approcci – di metodo, di strumenti da utilizzare.
Vogliamo parlare della sindrome dell’impostore? Quella vocina che ti dice “non sei abbastanza bravo/preparato”. Io ci ho fatto amicizia: grazie a lei, mi metto in discussione e imparo sempre di più. Poi, sicurezza e consapevolezza vengono con l’esperienza.
All’inizio bisogna buttarsi, ed è un po’ come fare paracadutismo: sai che il paracadute c’è, ma si aprirà davvero?
E ogni errore insegna, e questo vale anche per i contatti con i clienti. Un mio errore iniziale enorme è stato quello di sbilanciarmi troppo sulla qualità di un testo, sottostimando il lavoro che poi avrebbe richiesto.
- Nel tuo percorso formativo, cosa ti ha fatto fare il salto di qualità?
Il salto di qualità l’ho fatto grazie all’insegnamento: ogni domanda può essere fonte di approfondimento, ogni esercizio corretto può tirare fuori qualcosa di nuovo da spiegare o da verificare. È come avere uno stimolo continuo, una curiosità personale che viene amplificata all’inverosimile da quella degli studenti. E ti senti in dovere di essere preparato, di sapere tutto e anche di più, devi prendere decisioni e acquisire sicurezza.
Prima di arrivare a questo, nel mio percorso di studi sono stati indispensabili gli esercizi pratici: questo è un lavoro pratico, e non si può fermare solo alla teoria. E più si cercano gli errori, più si abitua l’occhio a trovarli: conoscenze sì, ma anche tanto allenamento. Ricordo ancora quando, durante il Corso CdB con Diego Di Dio, chiesi ulteriori esercizi perché, nonostante stessi già andando bene, non mi sentivo ancora abbastanza sicura.
All’inizio, nel mio lavoro di editing, tendevo a chiedere conferma di tutto a qualcuno più esperto di me. Ora sono gli altri a rivolgersi a me, e non mi è esattamente chiaro il momento in cui c’è stata questa inversione.

- Che tipo di approccio ti ha lasciato la formazione che hai seguito (anche con noi)?
Questa è una bella domanda…
Il mio approccio direi che è una fusione data dai vari corsi che ho seguito, da esperienza personale e da suggerimenti di altri professionisti. Mi sono creata un mio metodo, una scaletta a step, e lo aggiorno di volta in volta sulla base di nuove conoscenze, nuovi modi che sperimento o se capisco che qualcosa del mio metodo necessita di un miglioramento.
Dal corso di Saper Scrivere ho fatto tesoro delle scorciatoie e dei “trucchetti” che velocizzano alcune correzioni che sarebbero meccaniche come l’eliminazione dei doppi spazi.
Una cosa che ho notato è che forse i corsi che ho seguito mi hanno dato molta rigidità su alcune regole, mentre “là fuori”, nel mondo editoriale, ci sono realtà in cui è richiesta più flessibilità e meno “pignoleria”. Ma dov’è davvero il limite tra precisione e pignoleria quando si fa correzione di bozze?
- Oggi lavori per una realtà importante dell’editoria italiana: cosa cambia davvero quando entri nella “serie A”?
I tempi sono molto ravvicinati e la responsabilità si sente eccome: stai mettendo le mani su un testo che incontrerà tantissimi lettori. L’attenzione che si mette in queste letture è ancora più alta, ti trovi a controllare e verificare tantissimi dettagli della lingua italiana (a volte anche cose che conosci benissimo, ma che in quella circostanza diventano inspiegabilmente dubbie). Grandi realtà hanno normari molto dettagliati da studiare e rispettare, mentre con piccoli editori e con i privati spesso basta la regola dell’uniformità del testo. Per quanto mi riguarda, lavorare a testi di una realtà così grande è un misto di piacere, onore e timore.
- C’è un errore o un aspetto ricorrente che trovi spesso nei testi che correggi?
Si trovano molti tic linguistici: parole che vengono utilizzate spesso dall’autore – o dal traduttore – che non aggiungono nulla, ma anzi smorzano la potenza del testo. Espressioni come “quasi”, “come se”, “sentirsi”, “in modo da”, “quello”, “iniziare a”, “suo/sua” e via dicendo.
Uno dei refusi più comuni che mi è capitato di trovare è l’uso di “quando” al posto di “quanto” o viceversa (è anche molto difficile da notare).
Quando lavoro con i privati, mi capita spesso che ci siano ripetizioni di singole parole, di interi concetti o parti superflue nei dialoghi (come le formule di saluto), ma anche cliché e frasi fatte, tutti aspetti che anche un correttore di bozze deve saper segnalare.
Un’altra cosa a cui devo fare spesso attenzione è l’uniformità di parti di testo che non sempre sono normate: e-mail, sms, messaggi scritti su cartelli o su bigliettini.
- Se dovessi dare un consiglio a chi pensa che “basti amare l’italiano” per fare questo lavoro, cosa diresti?
Che l’amore per l’italiano è solo la base imprescindibile del lavoro del correttore di bozze, un po’ come sono le fondamenta di una casa. Poi però servono anche i muri, i pavimenti, le piastrelle, i cavi elettrici… e tutto il resto, fino ad arrivare alle lampadine. E il correttore di bozza le lucida anche, quelle lampadine.
Correggere le bozze è un po’ come fare una caccia al tesoro e risolvere un enigma molto complesso e sfaccettato: spacca il cervello, ma è divertente!
- Guardandoti indietro, cosa diresti alla te stessa che stava iniziando questo percorso?
Nessuno è nato imparato, nessuno è perfetto. Fai del tuo meglio come hai sempre fatto, il resto verrà da sé. Non aver paura di chiedere, di sbagliare e di sperimentare. A volte la meraviglia è nascosta dietro l’angolo, ma intanto bisogna fare un passo verso quell’angolo e avere il coraggio di guardare oltre.
Elisabetta Venturi
È nata a Bologna nel 1986.
Laureata in informatica, si è poi lasciata stregare dalla scrittura e da tutto ciò che ruota intorno ai libri.
Ha frequentato numerosi corsi di scrittura creativa, poi di editing e correzione di bozze. È stata docente di scrittura creativa del Laboratorio di Fantasia (Bologna) e ha collaborato per un anno con la realtà online Serie da Leggere.
Ora lavora per privati e case editrici tra cui Giunti e Land Editore – di quest’ultima è anche docente di correzione di bozze.
È una scrittrice poliedrica che ama sperimentare e mettersi continuamente alla prova: si destreggia tra racconti di genere vario – dall’horror al comico, dal dramma al romance – e romanzi romantici.
Attiva nel territorio di Casalecchio di Reno (BO) in iniziative contro la violenza sulle donne, ha scritto anche una sceneggiatura teatrale.
Tra le pubblicazioni, si citano i romanzi Il vestito rosso e Il vestito blu (Land Editore), il racconto La piccola Clara (raccolta Leggende italiane di Coppola Editore), il racconto Un libro per ricominciare (menzione speciale al premio Giovane Holden e primo classificato a La scrittura di Antonio Stango Editore) e 100 parole per 100 emozioni (racconti in miniatura). È stata pubblicata anche sulla rivista Intimità con il racconto autobiografico Una nuova strada. Di prossima uscita, il retelling di Peter Pan Una nuova ombra (Land Editore).
© Diego Di Dio, 2026




