MATRIX RESURRECTIONS la scelta dell'illusione saper scrivere agenzia letteraria

Matrix Resurrections

La scelta è un’illusione

Ho visto l’ultimo capitolo di Matrix non appena uscito.

Piccola premessa.

Partiamo dal fatto che il primo Matrix (1999) è un capolavoro indiscutibile.

Le sorelle Wachowski (allora fratelli) confezionarono un film perfetto, impeccabile; rivoluzionario tanto nei concetti quando nella resa tecnica. Un capolavoro seminale da collocare nell’Olimpo dei migliori film della storia del cinema, accanto a monumenti come Il Padrino, Quarto Potere, C’era una volta in America, Arancia meccanica e altri.

Mescolando fantascienza, religione, cyberpunk, arti marziali, distopia e cristianesimo, Matrix produsse un tale impatto sulla cultura popolare da risultare un film indimenticabile e indimenticato.

Non a caso, è tra i film che uso nelle mie esercitazioni per spiegare “Il viaggio dell’eroe”. Vincitore di quattro premi Oscar, fu il pioniere di una saga che sarebbe proseguita con Matrix Reloaded e Matrix Revolutions, entrambi usciti nel 2003, a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.

Nonostante i successivi due capitoli siano stati accolti freddamente dalla critica, hanno avuto comunque il merito di sviscerare tutte le implicazioni spirituali, concettuali, filosofiche e fantascientifiche dell’universo-Matrix.

Ritengo che il primo film sia un capolavoro inarrivabile. Le altre due pellicole della trilogia hanno non pochi difetti; ciò nonostante, lo sforzo produttivo delle Wachowski ha generato una storia che include una quantità surreale di concetti, riferimenti filosofici, religiosi e letterari, citazioni di ogni sorta. Film che, al netto di tutti gli effetti speciali di cui sono costellati, risultano tanto cervellotici quanto avvincenti.

Nel 2021, a ventidue anni di distanza dal primo film, esce Matrix Resurrections.

Lana Wachowski, stavolta senza l’ausilio della sorella Lilly, confeziona un film che, francamente, non ho apprezzato.

Cercherò di spiegare i motivi senza fare (troppo) spoiler.

1) L’idea

La necessità di riprendere un film come Matrix, a distanza di oltre venti anni, può avere la sua unica ragion d’essere in un’esigenza improcrastinabile: l’autore ha un’idea così forte, un concetto così dirimente che, in un certo senso, deve scrivere quel film; perché getterà una luce nuova e bellissima sull’impalcatura costruita con i tre film precedenti.

Bene. Non ho visto nessuna grande idea in questa pellicola, se non la voglia di aggiungere una storia spin-off a un universo già chiuso, ricco, definito e magnifico. Non ho ancora capito quale sia stato lo slancio, l’intuizione, l’epifania alla base di questo quarto film. Le cose che sapevamo di Matrix vengono in parte sconvolte e in parte contraddette, il tutto attraverso una storia che vira verso la parodia, lo sberleffo, l’autocitazione scherzosa.

Per quanto mi riguarda, però, Matrix non ha mai avuto niente a che fare con la parodia, con lo sberleffo o con l’autocitazione scherzosa; questo quarto film va a snaturare, in gran parte, le atmosfere di cui ci eravamo perdutamente innamorati.

2) L’amore

Tema centrale del nuovo Matrix è la storia d’amore tra Neo e Trinity. Ho sempre apprezzato il tono abile e romantico, ma al contempo drammatico, con cui le Wachowski hanno tessuto, nel tempo, questa storia di sentimenti. D’altronde Neo, alla fine del primo film, torna in vita dopo un bacio di Trinity (richiamo alla resurrezione del Messia). In quest’ultima pellicola, invece, la storia tra i due viene affrontata in maniera puerile, scontata, con un finale al miele che in bocca non lascia nulla, se non il gusto amaro della nostalgia.

3) Gli attori

Senza scendere troppo nei dettagli, va detto che ci sono personaggi-attori ai quali un qualsiasi spettatore si è affezionato nel corso degli anni. Un binomio necessario, senza il quale quella stessa storia non funzionerebbe. Che impatto avrebbe un Terminatori T-800 senza Arnold Schwarzenegger? E un Rocky senza Stallone?

Bene, ecco un’altra lacuna del film.

In aggiunta alle perplessità derivanti dalla storia in sé – il film sembra un esperimento stilistico senza forza e senza idee – va inserita la mancanza di attori fondamentali. Mancanza che, tuttavia, non ha dissuaso la regista dall’utilizzare comunque personaggi-chiave dell’universo della Matrice, seppur con interpreti diversi. Un confronto impietoso, con tutto il rispetto.

Peraltro, il modo in cui viene gestito il ruolo dell’agente Smith – villain poderoso e memorabile, che ricordiamo tutti con affetto – è discutibile sia in termini attoriali sia in termini di storia e svolte narrative.

4) I combattimenti

Non sono un fan sfegatato delle acrobazie né degli effetti speciali. C’è da dire, però, che una porzione divertente dei film di Matrix è sempre stata costituita da combattimenti mirabolanti, acrobazie sontuose ed effetti speciali dirompenti. In quest’ultimo film, tanto le lotte corpo a corpo quanto gli effetti sembrano inconsistenti, fiacchi, sfiduciati. Come se – questa è l’impressione che abbia avuto in tanti – il film sia stato girato e montato senza troppa convinzione.

5) Le musiche

Stesso discorso del punto 4.

In definitiva, forse anche per via delle troppe attese alimentate dalla pubblicità, sono rimasto deluso un po’ da tutto. Speravo che questo film, prodotto vent’anni dopo il primo, potesse diventare un nuovo capolavoro; potesse stravolgere, con la poetica e la genialità che ha sempre caratterizzato le Wachowski, le regole che conoscevamo; e, al contempo, rispettare quanto detto in precedenza.

A parer mio, non è stato così. Occorre rispettare i pareri di tutti, anche e soprattutto di chi ha apprezzato questo film; ma, dal canto mio, continuo a chiedermi perché sia stato prodotto un Matrix 4 di questo livello.

Diego Di Dio, © 2022

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