Manifest recensione serie tv netflix saper scrivere agenzia letteraria

“Manifest” è riuscita a guadagnarsi, per un certo periodo, il titolo di serie più seguita di Netflix, riuscendo a detenere il primato per parecchio tempo.

Ma di cosa parla “Manifest” e a cosa deve questo successo planetario?

Cominciamo dall’inizio.

Quando il volo 828 della Montego Air atterra a New York City dopo un viaggio un po’ turbolento (ma tutto sommato regolare), i passeggeri dell’aereo apprendono una verità assurda, inconcepibile: per loro il volo è durato solo poche ore, ma per tutti gli altri – per il mondo intero – risultano scomparsi da ben cinque anni e mezzo.

Una volta tornati, i passeggeri sono sconvolti, alienati, estranei a se stessi. Molti di loro, nel tentativo di tornare alla vecchia vita, incontrano palesi difficoltà, anche perché – mentre il volo 828 risultava disperso per sempre – gli altri si sono rifatti una vita; mogli che si sono risposate; fidanzati che hanno messo su famiglia; figli che sono cresciuti.

L’universo, in poche parole, li ha considerati perduti per sempre; dopo il cordoglio iniziale, com’è legittimo attendersi, ognuno è andato per la propria strada.

Non solo.

I passeggerri dell’828, oltre alle suddette difficoltà, cominciano a manifestare una serie di allucinazioni visive e uditive; soprannominate Chiamate, queste voci consigliano/ordinano cosa fare, guidando i protagonisti verso scelte che, altrimenti, non avrebbero preso.

Ubbidendo a queste voci fuori campo, i personaggi cominciano – volenti o nolenti – a scoprire una serie di verità; anzitutto, questa sorta di esperienza post-mortem non sembra essere appannaggio esclusivo dei passeggeri del volo – anche altri individui manifestano esperienze simili. In secondo luogo, queste Chiamate sembrano avere uno scopo, un obiettivo morale, un elisir da conquistare.

Tutto ciò accade mentre organismi particellari del Governo operano surrettiziamente per studiare le doti sovrannaturali di queste persone – nonché eventuali mutazioni genetiche a esse connesse – attraverso rapimenti ed esperimenti.

Devo ammettere che “Manifest”, al netto di alcune somiglianze palesi con “Lost”, mi ha rapito dalla prima puntata; francamente ero curioso di capire dove la serie volesse andare a parare. Dopo un po’, però, l’entusiasmo è svanito e la sospensione dell’incredulità si è praticamente azzerata, a causa di una serie di scelte narrative improbabili, grossolane e puerili.

È chiaro che la serie punti sulla curiosità dello spettatore per andare avanti – insomma, vogliamo capire cosa diavolo sia accaduto su quel volo e quale sia lo scopo ultimo delle Chiamate! – ma lo fa, a mio avviso, in maniera abnorme e poco coerente.

Oscillando tra esoterismo, magia, spy-story e religione, “Manifest” – già a partire dalla seconda stagione – diventa un corpo impazzito che sembra non trovare mai il bandolo della matassa.

Guardandola, a tratti sembra di assistere alla più classica delle spy-story a sfondo governativo (“È tutto un complotto! È tutto collegato!”); a tratti, invece, la serie acquisisce i contorni di una parabola pseudo-religiosa, una sorta di favola messianica destinata a trasmettere un messaggio simbolico o allegorico (fermo restando che la natura di questo messaggio resterà sempre oscura; non c’è mai chiarezza sull’obiettivo ultimo di questa vicenda.)

La serie, a suo modo e tra le varie cose, vorrebbe affrontare l’amato binomio scienza-fede, ma lo fa con il tono ripetitivo del thriller di puro intrattentimento; con la ricerca spasmodica del colpo di scena, della rivelazione sconvolgente, dell’effetto sorpresa (Buh!).

Alternandosi tra jumpscare e rivelazioni poco verosimili, “Manifest” si presenta come un prodotto solo parzialmente riuscito, che si regge su una sceneggiatura oscillante, incoerente e troppo simile a se stessa; la trama sembra girare a vuoto, nel tentativo incessante di trovare il prossimo disvelamento inquietante, il successivo nesso (tanto fantasioso quanto improbabile) tra eventi distanti nel tempo e nello spazio.

Da par suo, “Manifest” ha il merito indiscutibile di mescolare fantascienza, thriller, fantasy, esoterismo e spionaggio dentro un’unica cornice; ma l’intelaiatura narrativa è debole, traballante, dato che si regge su una serie di trovate estemporanee e poco plausibili (sebbene calate nel contesto fantascientifico da cui originano).

Dopo tre stagioni, è prevista l’uscita di una quarta.

Ma io non ho problemi ad amettere che mi colloco, personalmente, tra coloro che non scalpitano per guardarla.

Diego Di Dio, © 2022

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