Hill House recensione agenzia letteraria saper scrivere

Hill House

La prima stagione di The Haunting, dedicata a Hill House, è stata pubblicata su Netflix esattamente tre anni fa. In tutto il mondo, contemporaneamente, la serie di Mike Flanagan è entrata nelle nostre case e non ci siamo sentiti sicuri più di nulla, proprio come la famiglia Crain.

Hill House non è la prima casa infestata che è entrata nei nostri incubi, l’argomento è stato riproposto da tanti, ma ci sono due fattori che la portano a stagliarsi sopra le altre: il romanzo che l’ha ispirata e il regista che ha diretto le due serie.

IL ROMANZO

«Nessun organismo vivente può mantenersi a lungo sano di mente in condizioni di assoluta realtà; perfino le allodole e le cavallette sognano, a detta di alcuni».

Usciva, nel 1959, il romanzo L’incubo di Hill House di Shirley Jackson, capolavoro del sovrannaturale del XX secolo. La Jackson, da scrittrice raffinata ed elegante, toglie invece di aggiungere; lascia intuire ma non fa vedere; fa capire, senza mostrare.

La trama e la scrittura non sono mai esplicite, sfacciate. Non c’è spazio per lo splatter, il sangue, i jumpscare grossolani.

No.

La Jackson ci sussurra, da dietro lo spioncino di una porta, che potrebbe essere tutto vero o tutto finto; che la casa potrebbe essere infestata o no; che gli inquilini potrebbero star vivendo un incubo reale o magari stanno sognando ogni cosa.

Tutto è allusione, dentro il romanzo della Jackson; la scrittura tocca corde nascoste, quei sentimenti di paura ancestrale che appartengono al vero senso dell’orrore, e lo fa senza ricorrere a trucchetti letterari o immagini viscerali.

La Jackson non urla mai, in questo romanzo. Sussurra.

Sono stati numerosi gli adattamenti cinematografici di questo gioiello, ma qui mi limiterò a parlare delle due serie.

HILL HOUSE

Hill House è la storia di una casa infestata nella stessa misura in cui IT è la storia di un clown assassino.

In altre parole, non lo sono.

Hill House è un film corale tratto da un romanzo corale. È un affresco di famiglia, impietoso e pittoresco.

L’idea è questa: cinque fratelli, assieme ai loro genitori, trascorrono qualche tempo a Hill House, una casa sinistra, buia, che riecheggia di voci, richiami, presenze oscure.

Diventati grandi, i fratelli dovranno affrontare i fantasmi, psicologici e personali, che questa permanenza ha prodotto sulle loro menti.

Tuttavia, come detto, Hill House non è il cosa, ma il come.

Non siamo al cospetto di un’idea sconvolgente, ma di una resa originale e raffinata (come originale e raffinato è il romanzo iniziale, sebbene la serie approfondisca certi temi).

Il cliché della casa infestata è il pretesto per raccontarci qualcos’altro.

Quel qualcos’altro è la sommatoria di una serie di elementi: le persone, la paura, i dubbi, i segreti, le lotte intestine e taciute che, da sempre, divorano le famiglie dall’interno.

I conflitti a tre livelli di ciascun personaggio.

Per raccontarci questa storia, viene scelta la cifra visionaria e circolare di Mike Flanagan, ottimo regista e pensatore (tra le varie cose, è anche l’autore di due trasposizioni tratte da libri di King, come Il gioco di Gerald e Doctor Sleep).

Flanagan è abilissimo nel tratteggiare questo affresco di umanità: le vite e i fallimenti di ogni persona/personaggio sono il motore che fa muovere la storia, sullo sfondo della quale, sì, ci sono le presenze sinistre, la stanza con la porta rossa, gli scricchiolii che riecheggiano nella notte, l’abbaiare costante di cani inesistenti.

E ci sono, anche, presenze suggestive e meravigliose, come La Donna col Collo Storto, il Signor Sorriso, il Gigante con la Bombetta.

Sono emblemi, sono la chiusura del cerchio, sono ombre.

Come i personaggi.

Ombre, tutti.

Ognuno dei fratelli, alla fine, è un perdente.

Nessuno vince.

Nessuno, se non la casa, l’edificio, Hill House.

Pareti che respirano e ombre che galleggiano a mezz’aria.

Una casa che pulsa di morte, che pensa e vive, che chiama a sé con il canto irresistibile delle nostre debolezze.

Ma la casa, di fatto, non è che un cumulo di macerie.

Come in ogni storia dell’orrore che si rispetti, il male è dentro di noi.

BLY MANOR

The Haunting of Bly Manor ci viene presentata come la seconda stagione della serie Haunting.

Mike Flanagan mantiene alto il livello della sua produzione, confezionando un thriller-horror originale e potente.

Più ambizioso di Hill House, ma meno riuscito.

Troppo lenta e macchinosa la prima parte, troppo schematico e semplice il modello: in sette puntate vengono gettate semine e indizi incomprensibili, raccolti in un’unica grande puntata-flashback.

In questo, Hill House è più equilibrata, meglio strutturata.

E soprattutto, aveva una serie di idee brillanti, finanche geniali, che detonavano al momento giusto come ordigni perfetti.

Bly Manor è più ambiziosa della prima stagione, perché alcuni elementi che in Hill House erano solo in nuce, qui sono palesi. Non abbiamo una storia di fantasmi, ma una storia d’amore. Anzi, una serie di storie d’amore.

Ed è forse l’amore il perno attorno al quale ruota tutta la serie: amore malato, amore bugiardo, amore non corrisposto, amore fedifrago, amore illusorio.

Ogni forma d’amore trova spazio in questa favola drammatica, come ogni forma di colpa o di trauma: ogni personaggio ha un trauma che l’ha segnato.

E in quest’ottica, Bly Manor sembra il centro gravitazionale perfetto, che attira nella propria orbita peccati, colpe e redenzioni, costringendo tutti a galleggiare in un limbo.

Costringendo tutti a rimbalzare da un ricordo all’altro, come in uno spietato gioco di scatole cinesi, in cui il tempo è un eterno ritorno che ci lascia esanimi.

Il punto forte di Flanagan sono i personaggi: ogni personaggio, qui, è una maschera.

Ogni personaggio, prima ancora di accedere alla villa, è spezzato in due: una parte è ancorata al passato, un’altra è proiettata verso il futuro.

Ma passato e futuro non esistono: resta solo il presente, e il conforto artificiale di un ricordo dimenticato.

Il ricordo-prigione come unica consolazione al cospetto di un presente inaccettabile.

D’altronde, per un uomo che sta annegando, esiste una sola possibile consolazione: quella di restare prigioniero, mentre l’acqua gli entra nei polmoni, del suo perfetto ricordo d’amore.

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