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Faccio lo scrittore, ma ci sono concetti e sensazioni che non sono traducibili a parole.

Per quanto si possano cercare espressioni efficaci, frasi ben costruite, sinonimi o termini ponderati, alcune sensazioni rimarranno inespresse, sbiadite.

E le parole usate non saranno altro che un pallido simulacro della realtà.

Questo mi accade quando leggo, vedo e studio ciò che è accaduto durante l’Olocausto.

Sembrerebbe qualcosa di talmente lontano e vago che quasi non ci appartiene.

Lo studiamo a scuola, l’Olocausto. Guardiamo film e documentari, leggiamo libri, ascoltiamo testimonianze, ma tutto ci appare lontano, effimero. Accaduto chissà quando, chissà dove.

Niente di più sbagliato.

Il più grande genocidio della storia è vicinissimo a noi, nel tempo e nello spazio. Stiamo parlando di ottant’anni fa, in fondo. È una manciata di decenni che ci separa da queste atrocità.

Tornando alle parole che non riesco mai a trovare (e che non voglio nemmeno cercare), non si tratta solo della violenza in sé, ma anche della cattiveria gratuita e spietata che si è consumata in quei campi. Nei piccoli gesti, nelle torture non dovute, nelle uccisioni gratuite, nell’accanirsi incessante contro un corpo inerte.

È l’odio, quello che non sono mai riuscito a spiegarmi. Ecco un’altra parola inesatta: odio.

Se penso a questo sentimento, difficilmente riuscirei a immaginare una progettazione tanto sistematica e capillare: l’Olocausto è stato questo. Un’architettura a tavolino, non un raptus improvviso. Tutto pensato, costruito e realizzato nei minimi dettagli, a un unico scopo: uccidere, torturare, sterminare, annientare. Uomini, donne, bambini, infanti. Nessuna distinzione, nessun rimorso.
Odio cieco e sordo.

Se dovessi cercare davvero una parola adatta, forse penserei al Male. Il Male assoluto e diabolico, perpetrato per anni, in maniera scientifica. Se ci credessi, mi verrebbe da pensare al diavolo. Ma forse non c’è bisogno di scomodare il diavolo per trovare la forma più pura e ancestrale del male: basta l’essere umano.

Cosa possiamo fare noi, adesso, di fronte a tutto ciò?

Qualcosina possiamo farla. Possiamo conoscere, per prima cosa: studiare l’argomento, quanto meno per capire davvero cosa siamo stati in grado di fare (in foto, due libri magnifici ambientati nell’inferno dell’Olocausto: “Il bambino che disegnava le ombre” di Oriana Ramunno e “La bambina e il nazista” di Franco Forte e Scilla Bonfiglioli).

In secondo luogo, possiamo (dobbiamo) condannare.

Non solo ciò che è accaduto ottant’anni fa, ma ciò che accade ogni giorno. Antisemiti, negazionisti, nazisti: non sono storie di fantascienza, non sono personaggi complessi creati dalla mente di uno scrittore talentuoso. Sono la realtà. Esistono, ancora oggi.

(Proprio ieri ho ascoltato per radio la notizia di due ragazzine, appena adolescenti, che hanno insultato e molestato un ragazzo perché è ebreo. Nazione: Italia. Anno: 2022).

In qualità di esseri umani migliori di quelli che ci hanno preceduto, dobbiamo lavorare ogni giorno affinché la memoria di queste mostruosità non sia mai cancellata; e affinché tutto ciò che è anche vagamente legato a questo scempio debba non ripetersi mai più. In nessun modo, in nessuna forma.

E considerarci sempre, ogni giorno, fortunati.

È il nostro unico dovere.

Diego Di Dio, © 2022

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